L'ultimo rapporto Upi-Lazio (Unione delle province d'Italia) ed Eures, ovvero il portale europeo per la mobilità professionale, ha fotografato la costante crescita dell'immigrazione. Un dato che negli ultimi dieci anni è più che raddoppiato.
Per la provincia di Viterbo la percentuale, calcolata in base alla presenza degli studenti stranieri nelle scuole primarie e secondarie, si attesta al 19,4%. Significa che praticamente in ogni classe ci sono almeno due alunni stranieri.
La lettura dei dati del rapporto mostra come la concentrazione degli stranieri sia maggiore nei centri con meno di 15 mila abitanti piuttosto che nei grandi centri urbani. La tendenza dimostra come nelle piccole cittadine sia più facile integrarsi e come allo stesso tempo sia più semplice assumere un ruolo sociale riconosciuto dalla comunità.
La ricerca mette in evidenza come nel viterbese ci sia stato il maggior aumento percentuale degli stranieri residenti: 313,3% nel periodo 1998 2008
Per il presidente della provincia di Viterbo, Alessandro Mazzoli, il dato si traduce nel successo delle politiche sociali adottate dagli enti, dalle istituzioni locali, dalle associazioni e dalle Asl.
“L’aumento degli immigrati che scelgono di vivere nella Tuscia – commenta Mazzoli – non è stato accompagnato dalla crescita degli episodi di intolleranza. La capacità di governare il processo da parte degli enti territoriali e il costante presidio del territorio garantito
dalle forze dell’ordine ci ha consentito di costruire elementi di integrazione in grado di confermare la tranquillità del tessuto sociale viterbese”.
Il processo di integrazione si dipana nella società ormai da diversi anni e in questo lasso di tempo è cambiata, per fisiologico processo di assimilazione, la visione dell'altro da noi. Tanto è stato il successo delle politiche messe in atto che questa percezione dello straniero ha prodotto effetti quasi paradossali.

Parto da una domanda che ho rivolto a molte persone. C' è ancora chi ha paura dello straniero? Nella risposta a prevalere non è stato questo l'orientamento, semmai ha prevalso un insieme stereotipato di atteggiamenti: indifferenza, disprezzo, la solita locuzione “meglio che se ne tornino a casa loro”. Risposte che in pratica confermano le scarsa disponibilità degli italiani ad accettare l'altro, quello che per cultura, tradizioni e gusti è diverso; la poca disposizione a condividere con chi è straniero le stesse possibilità di vita e di aspettative.
Questa serie di tendenze mi è stata confermata dalle voci fuori dal coro di chi ha dimostrato un sentimento particolare verso quelle persone che si rimboccano le maniche e lavorano come “muli”. Famiglie intere di lavoratori stranieri dove ogni membro suda per portare a casa il tozzo di pane.
Mi ha stupito non poco questa nuova versione dei fatti. E questo sentire è stato rivolto ancora una volta verso i rumeni. Già, ancora loro, con quel gusto un po' eccessivo e vistoso che hanno per tutto ciò che fa status, dalle collane d'oro agli anelli, dalle scarpe eleganti sino ad arrivare alle macchine. Per queste ultime una autentica passione, come la personalizzazione dei veicoli: quassi tutti agghindati - sinceramente un po' pacchiani - .
Per l'appunto, la prima volta che ho ascoltato questo nuovo sentimento nei confronti dei rumeni, ero in visita in un grande cantiere edile ad ascoltare alcuni ragazzi che parlavano delle condizioni contrattuali cui erano sottoposti. Viene fuori che gli italiani ce l'avevano con i rumeni perché questi avevano a disposizione i migliori furgoncini per venire a lavoro. A caldo non avevo capito quello che i miei compatrioti volevano dirmi, poi di colpo ho intuito che provavano invidia verso i loro colleghi. Ma come? Non sono gli stranieri i poveri?
Morale della favola: l'odio razziale si ciba di tutto, anche del successo dei modelli d'integrazione, e delle possibilità di rivincita offerte a chi parte dal suo paese d'origine senza niente e riesce a farsi una vita nuova, con tutto l'indispensabile.
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