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Storie di tombaroli

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Di Redazione   Data inserimento:   17/01/2008 ore 13.04
Tags:  storia   archeologia  

C’era una volta il tombarolo, un uomo avvolto nel mistero, una figura mitica di cui tutti sentono parlare. Un uomo sprezzante della legge e del pericolo, che vive nell’ombra e come un’ombra si materializza con la luce dei reperti archeologici, depreda e in un attimo scompare in modo da poter sfuggire dal suo più grande male: le forze dell’ordine. Quella di mettere a sacco e commerciare oggetti antichi è un’arte che risale ai tempi dei tempi: basti pensare che, il legato romano Fulvio Nobiliore, nel 187 a.C. dopo aver sconfitto gli Etoli, li depredò di ben 285 statue di bronzo e 230 statue di marmo. Per non parlare poi di Damisippo, personaggio citato in una satira di Orazio, che «un tempo amava di cercare il vaso di bronzo […] e da scaltro mercante qual’era poneva su tal pezzo 100.000 sesterzi di prezzo», poi gli affari gli andarono così male che dalla disperazione tentò il suicidio dal Ponte Fabricio sul Tevere. Per sua fortuna gli venne incontro il filosofo Stertino che lo distolse dal gesto estremo e gli fece abbracciare le dottrine stoiche. Nell’Ottocento, alla figura del tombarolo illegale si affianca quella legale: personaggi che nel pieno rispetto della legge fanno incetta di opere d’arte e le esportano dall’Italia per portarle o venderle all’estero ad accrescere musei o collezioni private; ne sono un esempio Napoleone e Luciano Bonaparte, in questo senso a loro nessuno può reggere il confronto!
Nonostante le leggi di tutela emanate per arginare il fenomeno dilagante del saccheggio di opere d’arte, la prima metà del Novecento vide l’inesorabile espansione degli scavi clandestini nelle tombe etrusche di Vulci e Pescia Romana, tanto che, oltre alla costante attività di contrasto della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, tra il 1964 e il 1969 venne istituito, proprio dalla Guardia di Finanza, il “Distaccamento di Vulci dipendente dalla Brigata di Montalto di Castro”. Frutto di recuperi effettuati dalla Guardia di Finanza, a seguito di scavi illegali, sono tre corredi, databili verso la fine del VI secolo a.C., rinvenuti nel maggio 1962, in cui compaiono hydriai e anfore a figure nere attribuite al Pittore di Micali – i tre corredi appartengono al così detto Gruppo Meneghini, dal nome di un appassionato locale, collaboratore della Soprintendenza Archeologica negli anni ’60.


Dell’attività dei tombaroli, nella prima metà del ’900, non rimangono solo le testimonianze dei sequestri ma si tramandano numerose storie e leggende. Ne vorrei raccontare una…
«… In una notte d’estate, forse del 1950, immersi nel silenzio irreale della campagna montaltese e sotto la luce del cielo stellato, un gruppo di “compari” si incontrò di nascosto per scavare una tomba vergine, cioè una tomba che nel corso dei secoli non aveva subito saccheggi. Con la fronte grondante di sudore e la pelle ricoperta di terra, spalando senza mai fermarsi a riposare, raggiunsero i quattro metri di profondità e dopo aver tirato un sospiro di sollievo trovarono la tomba. Nonostante il terreno fosse estremamente instabile e la situazione alquanto pericolosa, scesero nell’ampolagro (corridoio d’entrata) e con la “raschietta” riuscirono a trovare la porta d’accesso fatta di blocchetti. Il più esperto fra i “compari” si avvicinò con molta cautela all’entrata e dopo aver tolto con gran cura e delicatezza il primo blocchetto esclamò: «Qui esce fori ’na gran puzza de morto!», tutti con le forze di stomaco si allontanarono tempestivamente per far fuoriuscire l’acre odore della putrefazione. Passati ben dieci minuti, sempre il più esperto fra loro illuminò l’interno della tomba con una torcia e davanti a sé vide il defunto ed esclamò: Ahò, c’è il padrone qui, guarda ’n po’! Il compare rispose: Porca maledizione, qui c’è ’l padrone davero! Non fece in tempo a terminare la frase che il corpo del morto, a contatto con l’aria, si dissolse. Si racconta che il defunto indossasse il cappotto con i bottoni d’oro da militare e che all’interno della tomba vi fosse un guanto e un elmo bronzeo. Non appena i “compari” uscirono dalla tomba con il loro bottino questa crollò alle loro spalle». Una volta un Grillo mi ha raccontato di aver sognato che: «…quando si apre una tomba vergine, ben chiusa e senza infiltrazioni di terra, si vedono tutti gli oggetti al loro posto di origine e, sopra al banco del morto, lo scheletro intatto. Questo scheletro ha ancora le costole montate e dopo pochi minuti che la tomba è aperta, queste si disfano facendo dei piccoli rumori assomiglianti al calpestio di foglie secche […]» (da Tombaroli si nasce, Gismondo Tagliaferri e Luisa Rupi Paci, ed. Bonechi).


Il vero tombarolo della prima metà del Novecento era un avventuriero di altri tempi, che depredava in periodi di grande povertà, quando il lavoro non era sufficiente per sfamare la propria famiglia e si doveva ricorrere alle “risorse etrusche”: al calar della sera partiva per le sue spedizioni, alla volta di un antico mondo, lasciando a casa moglie e figli. L’attesa del suo ritorno era vissuta sempre con il terrore che qualcuno potesse essere arrestato. I suoi bottini, poi, venivano svenduti a poco prezzo (nonostante questo per lui costituisse un buon guadagno) poiché tenerli in casa costituiva un rischio assai elevato. A seguito dei lavori di bonifica realizzati dall’Ente Maremma negli anni ’50, gli scavi clandestini aumentarono e di conseguenza la figura del tombarolo romantico di quegli anni mutò aspetto. Subentrò in lui il desiderio di speculare sugli “oggetti” etruschi. L’avviato mercato antiquario illegale pagava profumatamente e per i più audaci si prospettavano facili guadagni. Tutto ciò portò all’arricchimento smisurato di alcuni tombaroli: si dice che negli anni ’60 alcuni di loro guadagnarono talmente tanto da sperperare tutti i loro profitti lungo la celebre Via Veneto per vivere la Dolce Vita romana sorseggiando champagne.


Chi è veramente il tombarolo? Un saccheggiatore, un archeologo illegale o uno strano amante dell’arte antica? Forse è un po’ di tutto questo; se da una parte, credo che i musei di tutto il mondo, possano in qualche modo ringraziarlo, essendo in possesso di oggetti di inestimabile valore che non sarebbero mai venuti alla luce o avrebbero tardato ad essere scoperti; dall’altra mi si lasci dire quanto ha danneggiato: tombe saccheggiate senza scrupoli e a volte distrutte, oggetti reputati di “scarso valore economico” gettati via. Lascio a voi lettori il compito di condannare o assolvere questa figura che tanto ha dato ma che nello stesso tempo tanto ha tolto al nostro patrimonio culturale.

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