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Le origini di Montalto di Castro

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Di Comitato Scientifico   Data inserimento:   31/01/2008 ore 09.29
Tags:  montalto   storia   pescia   longobardi   desiderio  

Se fossimo catapultati all’improvviso nel tempo, diciamo quindici secoli fa, riusciremmo a riconoscere il nostro territorio? Forse sì, guardando verso l’orizzonte scorgeremmo il Monte Argentario che s’inabissa nel mare, Montauto e i Monti della Tolfa. A pochi passi, lento e torbido il fiume Fiora… ma se incontrassimo un pastore di passaggio che porta ad abbeverare le sue pecore ci direbbe: «Fiume Fiora? Si sbaglia signore questo è l’Armine, non c’è dubbio abito qui da una vita!». Con grande stupore, sull’altura in cui il Comune domina la pianura, dove oggi svetta la chiesa dell’Assunta, dove la bella Rocca Orsini ci richiama un passato remoto, vedremmo prati, qualche albero e due capanne. Forse lungo la via Guglielmi, in cima a Terravecchia, potremmo scorgere qualche edificio in muratura, anche imponente, e lì intorno alcuni ruderi ci testimonierebbero una passata dignità: quella della mansione romana di Forum Aureli.
Ci vorrà molta fantasia per raccontarvi le origini di Montalto di Castro: scarsissimi i documenti, inesistenti le indagini archeologiche, discutibili le ipotesi, affascinanti le leggende. Partiamo proprio da alcune ricostruzioni fantasiose, di origine erudita, che diversi autori ci hanno trasmesso. Per molti la nostra storia avrebbe inizio verso il VI secolo d.C., quando alcuni profughi della città costiera di Gravisca si rifugiarono sull’altura per sfuggire alle scorrerie dei pirati; per altri, proprio sotto il nostro centro storico, si trovano le vestigia dell’antica città Gravisca. Ultima e più gloriosa leggenda, invece, ci racconta che a fondare il Castello di Montalto fosse stato Desiderio, Duca di Tuscia e poi ultimo sfortunato Re dei Longobardi.
Gli scavi archeologici hanno portato alla luce le rovine dell’antica città costiera di Gravisca che si trovano nei pressi delle Saline di Tarquinia. Risulta improbabile, quindi, che gli scampati alla violenza dei pirati cercassero rifugio così lontano piuttosto che arrocarsi nella civita etrusca di Tarquinia; senza dubbio impossibile l’altra tesi che vede il Castello di Montalto costruito sulle sue rovine. L’ultima affascinante ipotesi, invece, non è del tutto escludibile. Ma chi erano i Longobardi? Quante e quali tracce ha lasciato questa popolazione germanica nel nostro territorio? Cercheremo di ripercorrere quei secoli oscuri, facendo appello a tutte le risorse in nostro possesso e all’immaginazione per cercare di ricostruire la storia alto medievale del territorio fino a giungere all’anno 852, data del primo documento in cui compare chiaramente.
Ci sono due certezze, che però si trovano molto distanti nella linea del tempo: intorno alla fine del VI secolo, Papa Gregorio Magno e il Re dei Longobardi Agilulfo, stipulano un accordo segreto in cui si pone fine alla continua avanzata degli eserciti germanici. La frontiera viene fissata sul fiume Mignone. Questo sta a significare che il territorio nei pressi del fiume Fiora, in quei secoli chiamato Armine, entra a far parte della Tuscia Longobarda. La seconda certezza ci giunge da alcuni documenti dell’VIII secolo: nei pressi dell’altura che oggi ospita il centro storico di Montalto di Castro, si trovava un nucleo rurale chiamato Vico Foro. I due atti di compravendita, per la precisione, sono stati redatti da notai di Vico Foro davanti alla chiesa di S. Andrea. L’elemento probante ci giunge proprio dai nomi di questi notai e da quello dei testimoni. Sentite: Aliprando, Ansiperto, Ermenperto, Teusprando, Anselmo, Machinaldolo, Tintulo. Sono tutti nomi tipicamente longobardi. Sembra evidente quindi che, oltre alla conquista, i longobardi abitarono e animarono queste terre per quasi tutto l’VIII secolo, anche in seguito alla sconfitta di Desiderio, ultimo re dei Longobardi, per mano di Carlo Magno. Cosa è accaduto in questo lasso di tempo?

 

IL TERRITORIO LONGOBARDO
La Tuscia nell'VIII secolo

 

Un possibile modello di sviluppo
L’Italia, all’arrivo dei Longobardi, non aveva perso la sua unità politica. Aveva attraversato, senza fondamentali trasformazioni, i due cosiddetti “Regni Barbarici”: quello di Odoacre e l’altro di Teodorico; era stata teatro del terribile scontro greco-gotico che pose tutta la penisola sotto il giogo dell’Impero bizantino; stava vivendo, infine, un periodo di recessione economica. Secondo gli studi effettuati sul territorio della Tuscia toscana, nell’alto medioevo, gli insediamenti della tarda antichità e le strutture agrarie erano, fin dal IV secolo, in dissoluzione. In questo periodo, la militarizzazione della costa e lo stato di guerra tra Longobardi e Bizantini contribuirono senz’altro al processo di disgregazione delle strutture organizzative. Fu, quindi, una fase di transizione, in cui la casa sparsa e il riuso di ville tardoantiche furono le probabili strutture abitative della popolazione locale. Questa affermazione potrebbe essere comprovata anche dall’ipotesi che il Forum Aureli (stazione di epoca romana nei pressi di Montalto di Castro) sia stato abitato in questo periodo e chiamato Vico Foro.
Durante tutto il secolo VII, la disgregazione del sistema economico tardoantico lasciò in eredità una maglia insediativa rarefatta; le attività produttive sono imperniate sull’agricoltura, sull’allevamento e su un mercato a carattere microregionale. Si ha l’impressione di un sistema di vita imperniato esclusivamente sull’individuo e chiuso verso l’esterno: decadono gli organismi produttivi, non si amministrano più le campagne; la popolazione rurale, da strumento di produzione soggetto a rapporti di potere, si trasforma in una massa slegata da qualsiasi tipo di vincolo. Si ha l’impressione, insomma, che i longobardi non si insediarono immediatamente nelle campagne, ma occuparono gli spazi in modo caotico con uno sfruttamento dettato dalla necessità.
Alla fine del VII secolo, appare una nuova struttura materiale: l’edificio di carattere religioso. Chiese sorgono nelle immediate vicinanze delle case contadine. Si tratta della fase embrionale della riorganizzazione delle campagne, in cui gli edifici religiosi costituiscono poli di aggregazione. Per tutto l’VIII secolo, l’ultimo di vita del regno longobardo, si sviluppa in Italia il sistema curtense. Molti insediamenti, come i vicus, daranno vita a dei castelli. E, forse, il nostro Vico Foro darà vita proprio al Castrum Montis Alti, magari per decisione del Duca di Tuscia e poi Re dei Longobardi, Desiderio, come vuole la leggenda.


 

Desiderio, Duca di Tuscia poi Re dei Longobardi

 

Ha senso, ai giorni nostri, scrivere sui Longobardi in una rivista non specializzata? Noi crediamo di si. La Storia, infatti, lascia indizi ai quali non facciamo più caso: basta scorrere l’elenco telefonico o leggere una cartina stradale per accorgersi quanto abbia influito sulla nostra cultura questo popolo di origine scandinava che, dopo lunghi periodi di migrazione nell’Europa nord orientale, si stanziò in Italia nel 568 d.C. I Longobardi vi si stabilirono suddivisi in nuclei di famiglie patriarcali: la “fara”, cioè “grande famiglia”, e la compenetrazione con le popolazioni locali dovette essere intensa. Nella Tuscia l’elemento militare fu inizialmente dominante: una terra di confine necessitava di una difesa serrata, soprattutto nei territori ancora attraversati dalle vie consolari di epoca romana, come la Clodia e la Cassia. Non è un caso se provengono da Valentano e da Ischia i ritrovamenti di armi antiche come il famigerato scramasax, un coltello ad un taglio tipico del corredo dei soldati longobardi. Nella stessa zona è noto il toponimo sala, parola longobarda che indica un edificio per la residenza padronale. Ma lungo la costa quali indizi ha lasciato l’insediamento dei Longobardi? Non solo le origini di Montalto di Castro rimandano a personaggi illustri di questo popolo ma il toponimo Pescia sembra derivare dal longobardo pehhia, termine longobardo che indicava un “ruscello o torrente”, forse il Chiarone. Da ganga, parola longobarda usata per pantano, latrina o anche strada, deriva Pian de’ Cangani: il pianoro, infatti, un tempo era occupato da una vasta laguna costiera, attraversata in antico da un ramo della Via Aurelia.
Un altro aspetto importante dell’influenza longobarda nella cultura italiana riguarda i nomi propri attuali. Quelli longobardi li conosciamo grazie agli antichi scritti, soprattutto le “carte di donazione” che documentavano il passaggio di terre e beni alla Chiesa. In questi documenti i donatori e i testimoni firmavano con il loro nome, che risulta spesso costituito dall’unione di una parte del nome paterno con una porzione del nome materno o di altro familiare (così, ad esempio, la figlia di Alboino e di Hlodsuinda fu chiamata Albsuinda). È allora possibile leggere i nomi Armando, Arnaldo, Alberto, Ermanno, Filiberto, Rodolfo e Romualdo, e ancora Alda, Adalgisa e Matilde che, anche se non così frequenti, sono comunque ancora oggi in uso.
Se la scelta del nome proprio è, oggigiorno, sempre meno condizionata dalle tradizioni familiari, al contrario il cognome è indicativo di origini che si perdono nel tempo, fino ad arrivare al Medioevo quando gli appellativi di origine longobarda diventarono di uso più comune. Così è interessante trovare nella Tuscia, e anche a Montalto e Pescia Romana, cognomi quali Anselmi, Baldi, Bernardi, Berti, Brandi, Guidi, Grimaldi, Landi, Pandolfi e Ubaldi, nei quali è facile riconoscere l’origine della trasformazione dal nome proprio longobardo.

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