Tags

I pozzi per la conservazione del grano

Indietro
Di Aldo Morelli   Data inserimento:   01/02/2008 ore 12.51
Tags:  montalto   porto   agricoltura   mare   fiora  

Il porto di Montalto, alla foce del Fiora, fu nel Medioevo di grande importanza per l’esportazione del grano verso Genova, Pisa, Lucca, Firenze, che a Montalto, ma anche a Corneto, mandavano i propri agenti incaricati degli acquisti.


L’importanza strategica del porto alla foce del Fiora, è sottolineata dal passo seguente, che riporto dallo studio di Luciano Palermo, Mercati del grano a Roma tra Medioevo e Rinascimento: «Il gettito della gabella riscossa sul grano che i mercanti caricavano alla foce del fiume Fiora, attirò più volte su Montalto le attenzioni dell’amministrazione ecclesiastica, dei maggiori comuni laziali e delle più potenti famiglie nobili della zona, soprattutto i di Vico e gli Orsini. In particolare, dal 1319 in poi, per parecchi decenni di seguito, il castrum di Montalto, con il suo porto, fu dominato congiuntamente dalla Camera Apostolica e dagli Orsini che se ne spartirono a metà tra loro il ricavato».


Fino al 1357, verso il porto di Montalto arrivano grandi quantità di grano che provenivano da varie zone della provincia e «dai suoi pozzi, dove era evidentemente concentrato in misura maggiore che altrove, veniva estratto il grano che negli anni di penuria e di difficoltà l’amministrazione provinciale decideva di vendere nelle varie località carenti della Chiesa» (Palermo).
Montalto dovette attrezzarsi per le cure e gli accorgimenti nella pulizia e nella conservazione del grano: i pozzi scavati nel tufo permisero di conservare enormi quantità di grano, come quelle che provenivano dalla Badiam ad pontem (cioè la badia presso il ponte).
Il ponte: la mirabile costruzione che sfida i secoli definito da Lawrence “un arcobaleno nel cielo”. I montaltesi di un tempo lo chiamavano indifferentemente ponte del diavolo o ponte dell’Abbadia. Perché ponte del diavolo?
Stefano Del Lungo, nel libro La toponomastica archeologica della provincia di Viterbo, scrive: «Il continuo richiamo ad una mai sopita attività vulcanica, suggerito non solo dai crateri raccolti attorno ai laghi di Bolsena e Vico, ma anche e soprattutto dalle numerose sorgenti sulfuree e idrotermali sparse in tutto il territorio, è alla base della penetrazione nelle culture locali del viterbese dell’elemento demoniaco, in misura maggiore di quanto poi non sia manifestato attraverso i toponimi».


Bellissima e acuta spiegazione colta, ma sono stato affascinato, in modo indelebile dai racconti popolari, dalle leggende sul ponte che sentii narrare nella mia infanzia. I montaltesi di un tempo lontano lo chiamavano il ponte del diavolo perché, come diceva una delle leggende più affascinanti, fu costruito dal demonio in una notte di tempesta. Una mattina, dopo una notte terribile di lampi e tuoni, un ponte straordinario univa le due rive del Fiora. Ed allora molti capirono chi fosse il vecchio dagli occhi di fuoco che da giorni camminava solitario lungo il corso del fiume.
Sul ponte esiste una breve ma piacevole descrizione, riportata nel testo di Del Lungo, fatta dallo Zucchi nel 1630: «...è tanto alto il detto ponte, che a chi guarda a basso mette grandissimo spavento, e nonostante l’altezza, è tanto stretto nel mezzo, rende più terrore a chi vi passa, essendo senza sponde e niente di meno vi sono gente, che vi corrono a cavallo di tutta carriera, e si è fatta esperienza più di una volta che fatta una buona pisciata, di aver finito avanti che giunge al fondo». Dopo una formidabile pisciata, svuotata la vescica, il liquido non giunge nelle acque del Fiora sottostante? È così? Si può provare, anzi i giovani, solo essi, possono provare.
Perché questa digressione sul ponte? Perché per me esso è il fascino assoluto: né il castello, né i resti della città di Vulci hanno l’incanto “dell’arcobaleno di pietra”.


Quando da ragazzi, in bicicletta, andavamo in cerca della Cuccumella, della Tomba François, sotto il sole implacabile che bruciava le campagne, la nostra méta finale era sempre il ponte: sedevamo in terra, sulla sua groppa, ci appoggiavamo alla spalletta e consumavamo i nostri pasti.
La fosca e aspra bellezza del castello, la purezza dell’arco del ponte, soprattutto, mi davano un sottile, inesprimibile piacere, che poi raramente ho provato. La mia giovinezza è anche il ponte dell’Abbadia o ponte del diavolo.

Torniamo ai pozzi. Essi esistevano anche al castello dell’Abbadia. Ancora dal Palermo: «Nei pozzi del castello venivano ogni anno raccolti i cereali spettanti alla Camera Apostolica e provenienti dalle terre demaniali del circondario. Da quegli stessi pozzi le varie derrate venivano poi rimosse per essere inviate al porto di Montalto dove erano attese da imbarcazioni provenienti dal bacino ligure-tirrenico».
Anche nel centro storico di Montalto c’erano un’infinità di pozzi. L’attuale piazza Felice Guglielmi, che fu intitolata al signore di Montalto nel 1893, prima di quell’anno si chiamava Piano della Rocca e prima ancora Piazza dei Pozzi. Pozzi sono stati trovati in altre zone del centro storico e anche nelle vicinanze del porto alla foce del Fiora. Avevano quasi la forma di un enorme fiasco ed erano scavati nel tufo compatto che non lasciava passare infiltrazioni d’acqua.
Dei pozzi c’é una bellissima descrizione dell’abate Labat che, nel 1711 accompagnò a Montalto il potentissimo cardinale Renato Imperiali. Essa si trova in un articolo dello storico di Civitavecchia Giovanni Insolera pubblicato nel Bollettino di Arte e Storia della Società Tarquiniese nel 1989.
Ecco la descrizione: «Salii al castello e andai a vedere i pozzi dove si ripone il frumento che si vuole conservare per molti anni; si trovano su un piano che serve da terrazza al castello dal lato del mare. È di un tufo schietto, nel quale si sono scavati dei pozzi, la cui apertura, o bocca, non ha che circa tre piedi di diametro [piede = cm 30 circa, n.d.A.]. L’apertura ha questo diametro all’incirca fino a una tesa [misura di lunghezza corrispondente all’incirca all’apertura delle braccia, n.d.A.] di profondità, dopodiché il diametro dei pozzi aumenta fino a 18 o 20 piedi, su una profondità di trenta piedi. È una specie di cerchio scavato nel tufo, la cui apertura è al centro del cono che lo copre. Il tufo è così schietto e compatto che le piogge non lo possono mai penetrare. Si mette un letto di paglia ben secca sul fondo, si tappezzano le pareti con delle stuoie e ci si mette il frumento ben secco e pulito. Man mano che ci si mette il frumento si aumentano le stuoie, affinché non stia a contatto con le pareti e, quando il pozzo è riempito fino alla parete superiore, si chiude la bocca con una pietra tagliata apposta, a misura, o con delle tavole di buon legno e si copre il sopra con un po’ di calce e pietrisco a forma di cono. Mi è stato detto che quando si apriva un pozzo ne usciva un vapore denso e un calore fortissimo. Il grano era caldo senza essere umido e così ben conservato come se fosse stato un granaio». Un pozzo poteva contenere anche oltre duecento quintali di grano.
Per il piacere del lettore, riporto un altro episodio descritto dal Labat, che nulla ha che fare con i pozzi. Mentre il Labat legge l’iscrizione di una delle due bellissime fontane di Montalto allora esistenti, arriva un somaro caricato con due barili, non condotto da nessuno. La bestia si avvicina a una delle cannelle, vi accosta uno dei barili con sull’imboccatura un imbuto e lo riempie; poi con la stessa manovra riempie l’altro barile. L’asino se ne va, torna poco dopo e con la stessa destrezza ripete la manovra di prima. «L’asino – scrive il Labat – apparteneva al fornaio di Montalto».


Nel Settecento a Montalto anche gli asini erano intelligenti.

Commenti

Nessun commento su questo media!
 

Lascia un commento

Per lasciare il nuovo commento è necessario autenticarsi

Il Campanone - Via Tirrenia 11, 01014 Montalto di Castro (VT) Tel. e Fax: +39 0766 879002 E-mail: redazione@ilcampanone.com