Nonno Giovanni è venuto in Maremma molto giovane da Servigliano, in provincia di Ascoli Piceno, all’età di tredici anni, verso la fine dell’Ottocento. Lo chiamavano “il biscinello” perché era un inserviente del pecoraio. In quegli anni, chi veniva in Maremma per cercare lavoro, lo faceva spinto dalla fame e dalla speranza e si adattava a far tutto: mietitore, zappatore, “biscino”, tagliatore di legna e mio nonno non fece eccezione.
Ricordo le vibranti storie che mio padre ci narrava da bambini, al centro delle quali si trovavano i Reali Carabinieri, i famosi Briganti e la povertà. In uno di questi racconti mio nonno Giovanni fu addirittura spettatore di un evento storico terribile: si tratta dell’ultimo omicidio del brigante Tiburzi, quello di Raffaele Gabrielli, fattore dei Guglielmi. Il 22 giugno 1890 nelle campagne di Montalto di Castro, in località Pian di Maggio, il Tiburzi ed il Fioravanti uscirono dalla macchia e chiamarono ad alta voce il fattore, reo di non aver avvertito i briganti di una perlustrazione dei Carabinieri nella quale rimase ucciso il loro compagno Biagini. Il Gabrielli stava facendo colazione insieme ai mietitori e ai suoi collaboratori. Portato a pochi metri di distanza il Tiburzi gli pose in tono irato questa domanda: “Ricordi, Gabrielli, il 6 d’Agosto?” e senza aspettare alcuna risposta gli sparò alla testa sotto lo sguardo atterrito dei mietitori tra i quali si trovava nonno Giovanni. Anche mia nonna, Vincenza Brunori, era una lavoratrice stagionale di origine cellerese e proprio durante una delle tante faticose giornate passate a mietere il grano conobbe nonno Giovanni. La storia, ovviamente, non finisce qui: mio nonno materno, infatti, Pasqualino Matteucci era un tagliatore di bosco di Stia (Arezzo) e incontrò Massimi Ersilia, anche lei di Cellere come mia nonna paterna, proprio a Montalto di Castro durante i lavori stagionali. Qui decisero di sposarsi e qui costruirono la loro vita. Tornando ai Fabi, non posso dimenticare l’importanza che ha avuto, nella nostra piccola storia, l’incontro e l’affiliazione alla benestante famiglia dei Sinibaldi. Tutta la famiglia abitava al “Giardino”, un luogo magico della Montalto di quegli anni: orti, frutteti con ogni ben di Dio, arance, limoni, mandorli, fichi d’India; alcune delle piante più delicate si trovavano all’interno di serre in vetro come quelle di Villa Torlonia a Roma, una rarità per l’epoca. In questo splendido “Giardino” ho vissuto anch’io fino al 1956. Il primogenito di Giovanni, mio padre Raffaele, seguì per dieci anni circa gli eredi Sinibaldi a Buonconvento dove avevano delle proprietà e lì svolse le mansioni di stalliere e di fantino. Tornato a Montalto nel 1937 e nella Cellere materna incontra e s’innamora di Eufrasia che sposa nel 1940. In quel periodo lavora in campagna, nella tenuta di Campo Scala di Virgilio Mariotti poi passata ai Peruzzi, fa il “caporaletto”, contemporaneamente continua a lavorare con i Sinibaldi nel molino ad olio. Il ricordo più intenso di quegli anni di giochi e scorpacciate di frutta è il terrificante bombardamento a cui ho assistito all’età di cinque anni, mia madre che ci prende sotto braccio e corre verso le grotti di Poggio delle Agavi, mentre assordanti, le bombe cadono tutt’intorno. Ritornando alla complicata origine della mia famiglia, mi sembra importante notare come il vero motivo della sua nascita sia stata la ricerca del benessere: le mie nonne da Cellere, i miei nonni uno dalla Toscana l’altro dalle Marche cercavano, a Montalto di Castro, un’alternativa alla povertà.
Oggi mi sento montaltese ma devo ammettere che un legame fortissimo mi lega ancora a Cellere: durante la mia adolescenza e poi per tutta la vita non ho mai smesso di provare una grande attrazione per le mie origini celleresi e per quelle terre di cui conosco ogni angolo e di cui ricordo ogni albero da frutto in cui da bambino andavo a rubare cerase o prugne. Mi rimangono poi innumerevoli amicizie... credo che non si possa negare: il cellerese è accogliente e ospitale e va particolarmente d’accordo con i montaltesi. Ricordo una frase che sentivo dire spesso agli anziani: “bisognerebbe far sposare Sant’Egidio con la Madonna della Vittoria”, sì perché di matrimoni tra montaltesi e celleresi ne sono stati celebrati proprio tanti e così, in questo fantasioso matrimonio tra i due patroni, si voleva suggellare anche il legame tra le due comunità.
Giancarlo Fabi
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