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A volte, durante un allenamento un po’ più duro, nel momento di massimo sforzo o concentrazione, cerco lo sguardo di qualche compagno, chiedendomi quanto possa essere forte la passione di chi ama il calcio e quanto possiamo sembrare sciocchi agli occhi di chi non prova le stesse sensazioni. A volte, dopo uno scontro, un infortunio, penso addirittura “ma chi me l’ha fatto fare”… è in quei casi che lo sguardo scende verso scarpe e calzettoni di tutti, me compreso: nuovi, griffati, comodi, costosi ed intonati con il resto dell’abbigliamento; fatto ciò ricomincio a lavorare in silenzio e con un pizzico di vergogna, perché nella mente riaffiorano esperienze narrate, interviste e commenti da parte di chi, con noi, aveva in comune “solo” la passione per questo sport. L’intervista che segue spiega il perché di questo mio preambolo, un po’ malinconico, forse passionale, ma senza dubbio adeguato all’argomento da trattare.
Andrea: Oggi siamo in compagnia di una mente storica del calcio a Montalto di Castro, il Sig. Isidoro Giovannoni, classe 1922, il quale ha una storia veramente interessante da raccontarci. Isidoro, quando avete iniziato a giocare a calcio?
Isidoro: Avevo circa 14 anni e a Montalto il campo stava dov’era il consorzio. Giocavo a calcio con Settimio Funari, gran bel terzino, Lollo De Santis, Colombo Funari, con i fratelli “tacchetti” (Romolo e Remo Renzi), con Astorre. Ho sempre fatto il portiere. L’ultima partita in un campo di calcio a 11 l’ho giocata a 60 anni, allo stadio comunale Incotti, e avevo 70 anni quando ho giocato l’ultima partita al torneo estivo di calciotto de “Il Palombaro”.
Andrea: C’erano molte squadre in quegli anni nel territorio?
Isidoro: Nel 1936-1938 le squadre non erano molte, mi ricordo partite contro Ladispoli, Bracciano, Santa Marinella, Nepi, S. Lorenzo, Manciano e Grosseto. Prima di partire militare, ho giocato solo nella Maremmana e non ho preso mai «‘na lira», ho giocato sempre e solo per passione. Poi venne la chiamata alle armi, nel 1940.
Andrea: Descriveteci quegli anni e come il calcio è entrato indissolubilmente nella vostra vita.
Isidoro: A 18 anni «so’ ito a fa la guerra»: stavo in Marina e c’hanno spediti all’isola di Leros, in Grecia. Sono stato imbarcato su un cacciatorpediniere 12 mesi, poi fui “sbarcato” a S. Giorgio nel ’41. Lì stavo bene, lavoravo alla mensa ufficiali e giocavo, nel tempo libero, con la squadra della Marina. In seguito, dopo l’armistizio di Badoglio [8 settembre del ’43], abbiamo combattuto 60 giorni contro i tedeschi: era dura, abbiamo subito 560 bombardamenti… a Cefalonia fucilarono 11.000 marinai e a noi ci presero prigionieri e ci portarono in Russia, precisamente nella Russia bianca [oggi Bielorussia]. Lì era ancora più dura: tutto il giorno a lavorare per i tedeschi e da mangiare solo 100 g di pane e 10 g di margarina… una volta siamo stati anche 8 giorni senza mangiare, non riuscivamo neanche a stare in piedi. La guerra andò avanti, fummo deportati dentro un campo di concentramento nei pressi di Danzica [si riferisce al campo di concentramento nazista di Stutthof]: le ho passate tante e ho visto morire tante persone, «Andrè lascia perde, quelli hanno fatto le sterminie». Per fortuna, poco dopo, i Russi ci liberarono [nel 1944] e ci portarono in Ucraina. Eravamo comunque dei prigionieri, anche se le condizioni erano cambiate: avevamo cibo a sufficienza e addirittura il generale organizzò un torneo tra prigionieri: italiani, francesi, russi, polacchi, americani insomma un campionato internazionale… sta scritto lì sul documento.
Andrea: «Ce racconti un po’ de sto’ torneo…».
Isidoro: Noi rappresentavamo l’Italia e giocavamo contro le altre nazionali. La squadra era forte: c’erano anche giocatori professionisti della Juventus tra i prigionieri. Gli spogliatoi erano dei magazzini e i campi erano tremendi… io per fortuna avevo un po’ di «robba de la mia»: maglia, mutande da portiere, scarpe, che avevo “rimediato” ed ho tenuto sempre con me e che poi mi sono portato in Italia. Abbiamo giocato 26 partite: 23 vinte, 3 pareggiate, 0 sconfitte! 136 reti fatte e 20 subite. Vincevamo sempre. Giocavamo con il freddo e la neve, eravamo dei prigionieri ma portavamo nel cuore i colori dell’Italia, eravamo orgogliosi… l’ultima partita contro la Polonia l’abbiamo vinta per 11 a 0!
Andrea: Ci racconti qualcosa del suo rientro in Italia.
Isidoro: Sono stato rimpatriato il 23 dicembre del 1945… a gennaio del 1946 sono rientrato a casa, prima di partire dall’Ucraina mi diedero il documento che ti ho mostrato, firmato e controfirmato dal Comandante, che attesta le partite giocate, vinte, eccetera. Mi presentai a Bologna, dovevo ricevere un vestito e 10.000 lire ma non mi hanno dato niente, m’hanno detto «non porti nessun segno della marina addosso, avanti un altro». Dopo tre-quattro anni di prigionia, come potevo avere ancora i vestiti della marina? Mi dissero di presentarmi a Roma e che lì avrei ricevuto quanto mi spettava. Quando mi sono presentato al centro della Regia Marina, m’hanno buttato fuori senza darmi niente: né un riconoscimento, né una stretta di mano… niente! Mi hanno cacciato come un pezzente. Poco dopo ho conosciuto Amina, che nel 1947 è diventata mia moglie, e abbiamo formato una bella famiglia. Meno male che appena rientrato ho cominciato a lavorare e adesso ho una pensione che mi consente di vivere bene. Ricorda che in Italia, come dice il proverbio, «chi inferra inchioda». Quando sono rientrato ho continuato a giocare a calcio, nel Grosseto dove presi i primi soldi: 1.000 lire, ma giocavo in serie C. Ero un gran bel portiere. Una volta, contro il Ladispoli, parai addirittura tre rigori! Non guardavo mai la palla ma il giocatore. Ero attento e forte, una sicurezza per la difesa. Ho giocato anche nel Tuscania, ma senza prendere mai un soldo… solo per passione.
Andrea: Concludendo, cosa pensa del calcio?
Isidoro: Ho cominciato a giocare a 14 anni ed ho smesso a 70, questo basta a spiegarti che sono sempre stato appassionato: ho sempre rispettato tutti e tutti mi hanno sempre rispettato, non ho mai discusso con un giocatore avversario, agonismo sì, specialmente contro gli stranieri, ma scorrettezze mai. Rispetto dentro e fuori dal campo. Giocavamo con «’na scarpa e ’na ciavatta» ma avevamo tanta passione e neanche il freddo sentivamo… Nel calcio adesso girano troppi soldi, le cose sono cambiate molto. L’altra sera ho visto la partita dell’Italia in televisione [amichevole con la Turchia del 15 novembre 2006], ho visto solo il primo tempo: il portiere ha fatto autogol… io ho spento e sono andato a dormire. Una cosa del genere non si può vedere! Il calcio che intendo io è fatto di passione e concentrazione, oggi hanno tutti troppi soldi e si permettono di non essere concentrati come dovrebbero.
Andrea: «Sor Isidò, ve posso solo che ringrazia’».
Isidoro: «E de che frate’?!».
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